Tesi di laurea

Una strada con le radici

La costruzione di una dimensione glocale per amplificare valli compresse

Università IUAV di Venezia, 2009-2010

Tra i limiti che la natura impone alla libera disposizione della vita umana sul territorio spiccano per la loro fisicità
imponente i rilievi orografici.
La compressione degli spazi da essi indotta non è solo vincolo ma anche valore.
La barriera dei monti definisce infatti tra le sue pieghe plastiche gerarchie di percorsi possibili e traccia con i solchi
delle valli le vie di percorrenza preferenziali. Lungo tali strisce esclusive di territorio si sono stratificati nel tempo
modi d’uso e possibilità intrinsecamente legati a qualità spaziali e naturali specifiche.
Se si osservano le valli alpine italiane si può notare come oggi il loro ruolo di connettori tra città dispersa e realtà
europea sia determinante più che mai.
Tuttavia sul profilo della capacità di produrre significati peculiari, si può riscontrare un certo inaridimento: oggi le
valli appaiono spesso più come un’appendice della pianura che come un’opportunità per radicarsi e muoversi in
maniera alternativa.
La causa di una tale perdita di smalto non è da ricercare a mio avviso tanto nel vincolo geometrico, che è
condizione intrinseca dell’essere valle, quanto nella compressione delle possibilità, limite che dipende direttamente
dalla lettura antropica del territorio e le cui componenti si possono riscontrare con diverse sfumature sia
nella dimensione trasversale che in quella longitudinale delle valli.

Direzione trasversale
La compressione fisica è spesso accentuata dall’abbandono delle attività di sfruttamento delle risorse dei versanti
e dall’intensificazione dell’insediamento a fondovalle, dove non ci sono più le condizioni fisiche per ospitare
sistemi produttivi che oggi richiedono superfici estese.
Territori in passato floridi di risorse da sfruttare rimangono quindi ora in attesa di nuovi possibili modi d‘uso.
La forza di espansione della città dispersa è costretta ad arrestarsi all’imboccatura delle valli: l’isotropia delle
nebulose urbane non trova tra i monti sufficiente spazio per realizzarsi.
Ciò nonostante il desiderio di un ambiente di vita dinamico e globalmente connesso scuote anche quell’abitante
inurbato della città-territorio che mette le sue radici nelle valli: egli desidererebbe poter comporre svariate città
personali possibili ma spesso si trova a abitare luoghi incapaci di liberarsi della finitezza della dimensione locale.
Mentre l’assenza di una lettura "vivacizzante" della sezione diventa silenzio assordante, si conferma e assume un
peso nuovo nell’ottica comunitaria il ruolo dei corridoi vallivi per i trasporti e le comunicazioni su scala europea.
Le infrastrutture pesanti spesso solcano le valli come segni astratti e indifferenti al tessuto locale e dal punto di
vista degli abitanti dei territori-ospiti risultano più un ulteriore ingombro del già poco spazio disponibile che
un’opportunità per amplificare il campo delle possibilità degli insediamenti.
La conseguenza è spesso un conflitto tra la volontà del potere pubblico e privato di utilizzare lo spazio delle valli
per costruire o potenziare il sistema infrastrutturale e la ferma opposizione delle comunità insediate in tali
territori.

Direzione longitudinale
L’assenza di dialogo tra il tessuto del radicamento e la linea del movimento accentua anche i limiti dell’esperienza
che il passante può fare del territorio.
Mentre percorrendo la vicina città della dispersione si costruiscono montaggi schizofrenici di spazi integrati al
contesto fisico e spazi indifferenti alla realtà territoriale che toccano, spesso la fluidità degli scambi tra dimensione
locale e globale non trova invece nelle valli l’occasione di realizzarsi. Il passante percepisce la valle come una
pausa grigia, un tunnel che si deve necessariamente attraversare per arrivare altrove, e il più delle volte non è
consapevole della ricchezza delle realtà che stanno al di là delle barriere acustiche.
La mancata sinergia tra linea di connessione globale e tessuto locale disperde e fa perdere le tante piccole occasioni
che emanano dalle caratteristiche naturali e dalla stratificazione storica delle valli. Esse rimangono frammenti
indeboliti dal loro stesso isolamento.

Sia nella direzione trasversale che in quella longitudinale si possono dunque evidenziare limiti alla fruizione del
territorio: la sezione abitata si restringe e non riesce a mettere in campo letture capaci di superare la scala fisicamente
costretta del locale, mentre la valle nel senso della lunghezza viene attraversata quasi esclusivamente da
dinamiche astratte, di scala globale.
Se all’impermeabilità tra linea dei trasporti e tessuti dell’insediamento si sostituisse uno spazio di mediazione
glocale si accenderebbe, a mio parere, una sorta di circuito sinergico capace di allentare la compressione delle
possibilità in entrambe le direzioni assunte come riferimento.
L’innesto di tale spazio ibrido potrebbe infatti dare respiro al tessuto locale amplificandone il “campo energetico”
anche in direzioni diverse da quelle della sezione trasversale e irrorandolo con la variabilità degli elementi che si
spostano veloci lungo la linea infrastrutturale. La costrizione fisica delle valli verrebbe ammorbidita da
un’ampiezza esperienziale che potrebbe anche, in prospettiva, creare i presupposti per una nuova lettura degli
spazi dell’abitare anche alle quote oggi svuotate di significato.
Anche i percorsi sovracomunali verrebbero percepiti e vissuti come decompressi: abbandonata la loro dimensione
di tunnel ingombrante potrebbero aprirsi a un dialogo con il territorio, integrare le qualità su di esso sparpagliate
e diventare struttura portante del proprio sistema-valle.
Tanti strumenti che oggi suonano fuori sincrono potrebbero allora trovare delle forme di sintonia [e, come si dice,
l’unione fa la forza].
Non si tratta di costruire nuovi pieni, che andrebbero ad appesantire spazi già saturi e a sovrapporsi a preesistenze
oggi dismesse ma ancora capaci di diventare luoghi significativi, ma di risignificare gli spazi vuoti tra le cose.
La distanza tra la realtà locale delle vallate e la rete della vita urbana a scala territoriale costruiscono, a mio avviso,
luoghi delle possibilità significativi per dare forma alla dimensione intermedia.
Una lettura dei territori compressi attenta alle differenze dell’essere valle potrebbe dare forma a modi di abitare e
di spostarsi alternativi a quelli della città diffusa ma altrettanto capaci di riassumere, nonostante i limiti fisici,
l’ambigua tensione del cittadino contemporaneo della città-territorio verso un abitare al tempo stesso radicato e
massimamente dinamico e connesso.

Il Canale di Brenta

Il Canale del Brenta è una porzione di territorio definita nella lunghezza da due aree dinamiche e vitali dal punto di vista economico e nella larghezza da limiti fisici imponenti.
Visto dall’alto sembra un fluido che scorre andando a riempire tutti gli spazi che trova liberi e che si espande finalmente come una colata lavica nel mare della pianura veneta, o ancora sembra uno strappo, quasi che il terreno lì fosse continuamente in tensione per resistere a un’energia che, da sotto la pelle della terra spinge per uscire: un’area che vorrebbe sprigionare il suo potenziale e superare il limite che la natura gli ha imposto, una linea che vorrebbe diventare superficie.
Dalla quota dell’abitante e del passante, invece, il Canale viene spesso letto come uno spazio compresso e soffocato, più che in tensione verso un ampliamento.
L’abbandono relativamente recente della attività che per secoli hanno coinvolto i versanti montuosi ha comportato una notevole riduzione della sezione abitata. La vita si è condensata nel fondovalle, il pendio è diventato parete di una lunga e stretta stanza a cielo aperto.
La valle viene percorsa prevalentemente nel senso della lunghezza: agli occhi del guidatore essa si presenta come un susseguirsi ritmico di aree antropizzate e tratti in cui la montagna con le sue pareti ripide non concede spazi per l’insediamento. La debole interazione tra insediamento e infrastruttura fanno dell’esperienza del passare una sorta di intervallo.
I paesi si allacciano tra loro laddove è geometricamente possibile ma i limiti fisici della valle li rendono presto isole, punti, frammenti di un puzzle scomposto.
Per me che la valle fino ad ora l’avevo sempre percorsa per andare da qualche altra parte è stata una sorpresa, addentrandomi nel tessuto locale, iniziare a scoprire una realtà molto diversa da quella che mi prefiguravano i grigi fronti stradali e quei grandi parallelepipedi arroccati sul pendio e zeppi di finestre sempre chiuse che vedevo lontano.
Le dinamiche dell’abbandono e della disillusione convivono ambiguamente con un desiderio di rivitalizzazione di cui sono testimonianza gli sforzi per incentivare il turismo sportivo e naturalistico giornaliero, le iniziative di recupero degli spazi pubblici più intimi dei nuclei abitati e l’impegno per la realizzazione di un piano sovracomunale per sostituire al campanilismo una collaborazione proficua.
La spinta verso un cambiamento esiste, dunque, e apre a possibili nuove letture della stretta valle.
L’idea di instaurare una sinergia tra gli enti locali è certamente un’importante novità per un territorio le cui diverse parti sono sfuggite alla spinta omogeneizzante della città dispersa e risultano anche fisicamente ancora molto caratterizzate.
Perché la sinergia tra le parti possa diventare non solo realtà amministrativa ma anche esperienza tangibile e utile per costruire un senso di appartenenza a una realtà sociale nuova sarebbe importante, secondo il mio parere, mettere in atto anche una risignificazione fisica del territorio del Canale.
Con un lavoro sui vuoti tra le cose si potrebbe costruire uno scheletro per tenere assieme le opportunità oggi frammentate: le relazioni tra le parti del territorio potrebbero allora divenire più fluide e la continuità organizzativa del territorio potrebbe tradursi anche in continuità esperienziale.
L’impulso alla relazione tra le varie parti del territorio dovrebbe, a mio avviso, coinvolgere sia la dimensione longitudinale che quella trasversale del Canale.
Nel senso della lunghezza si potrebbe dare una nuova lettura della dispersione lineare tipica della valle, facendo dell’infrastruttura la spina dorsale di un sistema dinamico lungo il quale si spostano eventi e opportunità introducendo temporaneamente un elemento di variazione.
Laddove la strada esce da se stessa per protendersi verso il tessuto locale si potrebbero invece concretizzare degli elementi di connessione e di mediazione tra il ritmo lento dell’insediarsi e quello rapido del muoversi, in grado di ospitare attività “intermedie”.
La costruzione di tale sistema a-sistematico produrrebbe nell’immaginario e nell’esperienza dell’abitante e del visitatore un’amplificazione delle dimensioni della valle.
I caratteri specifici del Canale, oggi spesso vissuti come un limite, potrebbero allora trasformarsi negli ingredienti di un’alternativa appetibile alle forme e ai modi della contigua città della dispersione.

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Il tessuto locale è come il Sistema Nervoso Periferico: esso raccoglie stimoli particolari e variegati, ma ha bisogno di un supporto per poterli rielaborare e rafforzare.

L‘infrastruttura è invece un potenziale Sistema Nervoso Centrale, essa accompagna tutto lo sviluppo della valle e se fosse connessa in maniera più integrata al tessuto locale potrebbe assorbirne le qualità e rimetterle in circolo dando loro nuovi significati ed effetti.

L’intervento progettuale che propongo lavora proprio sulle connessioni tra i due sistemi per creare una sinergia in grado di arricchire le potenzialità di entrambi.

Esso si concretizza in elementi sinaptici glocali che si agganciano al “Sistema Centrale” fornendo spazi di sosta attrezzata per accogliere eventi e passanti ed evolvono in diversi tipi di servizi relativi alla sosta, allo sport e al tempo libero all‘aria aperta intrecciandosi con il “Sistema Periferico” fino a fondersi con esso.

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Gli innesti progettuali [disegnati in blu nell’immagine d’insieme] prendono forma tra la necessità di omogeneizzare linguaggio compositivo e materiali perché l’intervento venga percepito come un unico sistema e la volontà di valorizzare le diversità che si incontrano di volta in volta nelle diverse sezioni del Canale.

I dispositivi progettuali diventano mediazione tra elementi che vivono di ritmi e velocità molto diverse: se dal punto di vista dell’infrastruttura si offrono degli spazi di contaminazione con il territorio e delle opportunità di conoscenza di qualità prima difficili da riconoscere perché isolate, dal punto di vista del tessuto locale si aprono le porte alla freschezza e alla variabilità degli apporti provenienti dai movimenti a scala globale.

Con riquadri tratteggiati sono segnalate le due aree che sono state oggetto di maggiore approfondimento progettuale.

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Testo in versione integrale

Data di pubblicazione: 23 novembre 2010
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